Simposio archivistico: Che cosa diranno un giorno di noi i nostri documenti?

Simposio archivistico: Che cosa diranno un giorno di noi i nostri documenti?

21. 8. 2026

I Romani non avevano i social network. Sapevano però molto bene come fare in modo che gli altri sapessero chi erano, che cosa avevano realizzato e quali funzioni avevano ricoperto.

Sulle lapidi tombali si iscrivevano professioni, gradi e posizioni. Duemila anni dopo facciamo qualcosa di sorprendentemente simile – solo che oggi lasciamo le nostre tracce soprattutto nel mondo digitale.

Proprio la questione di come gli esseri umani nel corso della storia registrano, conservano e trasmettono le informazioni è stata al centro dell’IV simposio «Archivi e archivisti nell’Impero romano» a Ptuj, organizzato dall’Università Alma Mater Europaea con la sua Cattedra di archivistica in collaborazione con istituzioni professionali e del patrimonio locali. Il simposio ha riunito attorno allo stesso tavolo archivisti, archeologi, storici e altri esperti, che attraverso diversi esempi hanno studiato come le informazioni nascevano, venivano utilizzate e conservate nell’epoca dell’Impero romano – e che cosa possiamo imparare oggi da tutto ciò.


Dall’antica Poetovio all’intelligenza artificiale

I partecipanti sono stati salutati, a nome dell’Università Alma Mater Europaea, dal suo rettore prof. dr. Ludvik Toplak, che ha definito Ptuj, ossia l’antica Poetovio, uno spazio quasi simbolico per discutere di archivi, cultura scritta e memoria storica.

«In questo luogo possiamo seguire quasi duemila anni di sviluppo dell’amministrazione, del diritto, della cultura, della scrittura e della documentazione», ha sottolineato.

Ha inoltre evidenziato la domanda che collegava gli interventi del simposio di quest’anno:

Come l’uomo ha registrato, organizzato e conservato le informazioni nel corso della storia – e che cosa ci dicono oggi queste registrazioni sulla società che le ha create?

L’antica Poetovio offre materiale eccezionale per comprendere l’amministrazione romana, la cultura scritta e la vita quotidiana, ma secondo il rettore lo sguardo al passato apre anche questioni molto attuali.

«Oggi, quando produciamo quantità impensabili di informazioni digitali e quando anche l’intelligenza artificiale entra sempre più nel nostro lavoro, queste domande diventano ancora più importanti», ha sottolineato Toplak.

Il simposio quindi non è solo uno sguardo al passato romano, ma anche un’occasione per riflettere su come le società creano e conservano la propria memoria – un tempo, oggi e per il futuro.

Quando il curriculum vitae era scolpito nella pietra

Uno degli sguardi più interessanti sulla vita dei Romani è stato presentato da Julija Visočnik. Le iscrizioni funerarie infatti non rivelavano soltanto i nomi dei defunti. Le persone vi annotavano le proprie professioni, funzioni, gradi e risultati raggiunti.

Perché? Perché questo era uno dei modi in cui potevano presentarsi al mondo – e alle generazioni future.

Se traduciamo il fenomeno nel linguaggio di oggi, il paragone è quasi inevitabile: i Romani non potevano condividere i propri successi sui social network. Potevano però fare in modo che la loro posizione nella società fosse – letteralmente – scolpita nella pietra.

Ciò che un tempo era una questione di reputazione personale, oggi rappresenta per i ricercatori una preziosa fonte storica. Da nomi, titoli e funzioni possono ricostruire l’immagine della società romana e capire chi viveva nella città, quali compiti svolgeva e come funzionava l’amministrazione dell’epoca.

Gli archivisti nell’Impero romano lavoravano in modo simile a oggi?

Proprio questa domanda è stata posta al centro della sua riflessione da prof. associato dr. Peter Pavel Klasinc, direttore della Cattedra di archivistica dell’Università Alma Mater Europaea, uno dei principali promotori del simposio.

Il simposio di quest’anno, già il quarto, secondo le sue parole conferma che l’incontro sta diventando tradizionale, ma soprattutto apre un ambito interessante sia per gli archivisti sia per gli archeologi.

Klasinc ha spiegato che uno degli impulsi per avviare i simposi è stata la tesi di master di Armin Bečič, magistrato in archivistica e documentologia, preparata sotto la supervisione della dott.ssa Julijana Visočnik. Essa ha mostrato la necessità di ulteriori ricerche in questo campo e di una connessione interdisciplinare tra le discipline.

Proprio il collegamento tra archivistica e archeologia è, secondo Klasinc, fondamentale. Il documento archivistico infatti è definito dal supporto, dalla registrazione, dal modo di registrazione e dal contenuto. Per questo gli archivisti possono trattare, dal punto di vista archivistico, anche i manufatti archeologici, in particolare quelli che recano iscrizioni.

Ciò apre una questione interessante: un oggetto che oggi conserviamo in un museo può essere allo stesso tempo anche un documento archivistico?

In questo ambito Klasinc ha già collaborato con il prof. dr. Hellmuth, con il quale ha confrontato i metodi di catalogazione dei manufatti archeologici e delle pergamene medievali negli archivi.

Ha inoltre sottolineato in particolare il desiderio che le conoscenze presentate nei simposi finora svolti assumano in futuro una forma più duratura attraverso la pubblicazione di contributi professionali, tra l’altro nelle riviste Atlanti e Atlanti+.

L’archivista romano: sorprendentemente simile a quello di oggi

Uno dei confronti più interessanti proposti da Klasinc era dedicato al lavoro degli archivisti al tempo dell’Impero romano. Sebbene sull’organizzazione degli archivi di allora restino ancora molte questioni di ricerca aperte, dalla letteratura conservata è possibile cogliere parallelismi sorprendenti con il lavoro archivistico odierno.

Negli archivi, ossia nei tabularia, si conservavano documenti statali, leggi, decreti del senato, contratti, censimenti della popolazione e registri fiscali. Gli archivisti redigevano e trascrivevano gli atti ufficiali, ne curavano l’ordine e garantivano che fossero accessibili per l’uso. Rilasciavano anche copie di documenti ufficiali quando ne avevano bisogno funzionari o cittadini. Soprattutto, però, dovevano proteggere i documenti dalla perdita, dalla distruzione e dalla falsificazione.

Sebbene quasi duemila anni ci separino dall’archivista romano, le questioni fondamentali del suo lavoro sono perciò sorprendentemente moderne: che cosa conservare, come ordinare il materiale, come renderlo accessibile e come garantirne autenticità e sicurezza?

Klasinc ha richiamato l’attenzione anche sul fatto interessante che gli archivisti nell’Impero romano si chiamavano tabularii e che il loro lavoro comprendeva anche compiti di scribi e contabili.

Come collegamento interessante con gli archivi ha citato anche lo storico romano Tacito, che nello scrivere la storia utilizzava documenti degli archivi romani. Per questo Klasinc lo definisce scherzosamente il «progenitore» degli archivisti, mentre nello spazio sloveno il loro «padre» è considerato Anton Aškerc.

Prima della carta c’era la cera

Un volto ancora più quotidiano della scrittura antica è rivelato dalle tavolette per scrivere.

Nell’Impero romano costituivano una parte importante della comunicazione scritta e venivano usate anche nell’amministrazione, nel diritto e nell’archiviazione. Scrivere su legno e cera un tempo era qualcosa di comune, mentre oggi gli esemplari conservati sono eccezionalmente preziosi.

Al simposio la prof.ssa associata dr. Anja Hellmuth Kramberger ha presentato le tavolette per scrivere nell’Impero romano e la loro lunga tradizione. Ha dedicato particolare attenzione alla loro conservazione archeologica e agli eccezionali ritrovamenti che consentono di gettare uno sguardo su un mondo della scrittura su legno e cera altrimenti per lo più perduto. Gli esempi dell’Impero romano, dei centri neo-assiri e del relitto navale presso Uluburun mostrano quanto sia lunga la tradizione di questo mezzo di scrittura – possiamo seguirla fino alla tarda età del bronzo.

La prospettiva specialistica sulla cultura materiale della scrittura è stata completata anche da Andrej Preložnik, che ha presentato gli astucci per penne di epoca romana e la questione del loro ruolo pratico e di status, e da Marija Hernja Masten, che ha illustrato le iscrizioni sui vasi romani e il loro percorso da annotazione quotidiana a preziosa fonte storica.

I contributi hanno così mostrato, da diversi punti di vista, come oggetti e registrazioni molto vari oggi consentano uno sguardo sull’amministrazione, sulla società e sulla vita quotidiana dell’Impero romano.

Il supporto è cambiato: pietra, legno, cera, carta, computer, cloud. Ma il bisogno resta lo stesso – registrare qualcosa e fare in modo che l’informazione rimanga.

Perché proprio Ptuj?

Ptuj, ossia l’antica Poetovio, è quasi un laboratorio naturale per parlare di cultura scritta, archivi e memoria storica. Un interessante collegamento tra passato e presente è stato sottolineato da Katja Zupanič, direttrice dell’Archivio storico di Ptuj. L’archivio, che l’anno scorso ha celebrato 70 anni di attività autonoma, nel 2012 si è trasferito a Vičava – nelle immediate vicinanze dell’area dove in epoca romana si presume sorgesse il centro amministrativo con il foro.

Il simbolismo è quasi perfetto: vicino allo spazio dove secoli fa veniva prodotta e circolava la documentazione amministrativa dell’antica città, oggi opera un’istituzione la cui missione è la conservazione della memoria documentaria.

Zupanič ha sottolineato che la Poetovio romana non è solo una fonte di oggetti preziosi, ma un patrimonio che dobbiamo conservare per le generazioni future. In questa occasione ha anche congratulato la Cattedra di archivistica dell’Università Alma Mater Europaea per la motivazione e l’organizzazione del simposio, esprimendo il desiderio che le istituzioni proseguano questa storia comune.

Anche Peter Pavel Klasinc ha invitato a proseguire la ricerca. Ha evidenziato in particolare la questione del perché nel Museo regionale Ptuj – Ormož si conservi un numero così elevato di manufatti archeologici rispetto ad altre città romane, nonché le possibilità di ricerca di quegli oggetti che possono essere considerati anche documenti archivistici. Come esempio particolarmente interessante ha menzionato il libretto in osso scoperto nel 1973 a Zgornja Hajdina.

Anche dr. Aleksander Lorenčič, direttore del Museo regionale Ptuj – Ormož, ha accolto con favore la proficua collaborazione tra le istituzioni e ha ringraziato gli organizzatori dell’incontro.

Il presidente dell’associazione Poetovio LXIX Andrej Klasinc ha invece già rivolto lo sguardo al futuro. Ha espresso soddisfazione per la riuscita collaborazione e il desiderio che il prossimo, V simposio, insieme ai giubilari XX Giochi Romani, sia ancora più grande e più riuscito.

Che cosa lasceremo noi dietro di noi?

Il IV simposio «Archivi e archivisti nell’Impero romano» ha mostrato qualcosa che facilmente trascuriamo: gli archivi non sono solo storie del passato. Sono storie su di noi.

Il Romano scolpiva la propria funzione nella pietra. Qualcun altro scriveva un messaggio nella cera. L’archivista romano organizzava il documento, lo conservava e faceva in modo che restasse accessibile. Le generazioni successive hanno conservato le informazioni sulla carta. Noi le conserviamo su server e nel cloud, e sempre più spesso le creiamo ed elaboriamo anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. La tecnologia cambia. Ma il bisogno umano di scrivere, conservare e lasciare una traccia rimane.

E forse è proprio per questo che la domanda posta in evidenza a Ptuj dal rettore dr. Ludvik Toplak è interessante anche duemila anni dopo: Che cosa diranno un giorno di noi le nostre registrazioni?

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